«La riforma dell’ordinamento forense punta ad aggiornare la professione ma rischia in realtà di rappresentare un passo indietro», dice Giovanni Lega, presidente di ASLA Associazione Studi Legali Associati e fondatore di LCA. «Il linguaggio usato nel testo è ambiguo e non riflette l’evoluzione del mondo legale. In particolare, la definizione delle attività «esclusive dell’avvocato» – limitate a quelle connesse all’attività giurisdizionale – esclude ambiti come M&A, quotazioni in Borsa o project financing, rivelando una visione superata e poco aderente alla realtà delle nuove specializzazioni dell’avvocatura. La riforma delle società tra avvocati (STA) desta forte preoccupazione: l’obbligo per gli avvocati di detenere non solo i due terzi del capitale e dei diritti di voto, ma anche dei diritti agli utili, limita la libertà organizzativa e contraddice i principi del diritto societario. Una misura che riduce la flessibilità economica, scoraggia gli investimenti e penalizza soprattutto i giovani professionisti, ostacolando la crescita di strutture più moderne e competitive. Il divieto di prestare attività al socio non professionista o a soggetti a lui collegati è una norma discutibile: impedirebbe a giovani avvocati di assistere familiari soci o a law firm internazionali di collaborare con le proprie sedi estere, mostrando una visione miope e distante dalla realtà del mercato legale globale».
«La riforma dell’ordinamento forense cita inoltre gli avvocati monocommittenti, ma senza definirli chiaramente. Si limita a classificarne l’attività come prestazione professionale autonoma, per tutelarne l’indipendenza. Tuttavia, restano irrisolti i temi centrali: quali diritti spettino a questi avvocati e come superare la doppia imposizione del 4%, che continua a penalizzare sia i collaboratori sia gli studi. Manca il sostegno dell’esercizio collettivo della professione eppure, proprio le strutture associate, sono le uniche in grado di garantire innovazione e competitività all’avvocatura del futuro».